Imprenditore con maglietta rossa “Gelato is not Ice Cream” di La Macelleria, simbolo del brand di gelato artigianale portato dall’Italia all’Australia

GELATO IS NOT ICE CREAM: il ragazzo di Bologna che ha portato il gelato dall’altra parte del mondo

Gelato is not ice cream non è solo uno slogan: è la filosofia con cui Matteo Zini ha costruito il suo impero di gelato artigianale in Australia. Ci sono storie imprenditoriali che nascono da fogli Excel, business plan impeccabili, previsioni di crescita e analisi di mercato. E poi ci sono quelle che cominciano in modo molto più semplice, quasi ingenuo, alimentate da una curiosità viva, una serie di coincidenze fortunate e un coraggio tranquillo che non si ostenta ma che guida ogni passo. La storia di Matteo Zini appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

È la storia di un ragazzo con una vita apparentemente ordinaria, che a un certo punto imbocca strade inattese e si ritrova a costruire un brand di gelato artigianale diventato un riferimento in Australia. Una storia che non nasce da una decisione unica e definitiva, ma da una lunga serie di scelte piccole, naturali, a volte improvvisate, che sommate formano un percorso sorprendentemente coerente.

Bologna, gli studi, i primi lavori e un richiamo all’estero che non smette di farsi sentire

Matteo cresce a Bologna, una città che non smette mai di ricordarti chi sei e da dove vieni. Una città che ti forma, ti sostiene e allo stesso tempo, quando è il momento, ti spinge verso l’esterno. Studia Economia, poi Trade Marketing, seguendo un percorso logico e lineare che molti giovani della sua generazione intraprendono. Eppure, dentro di lui c’è una tensione diversa, qualcosa che non ha ancora una forma precisa ma che c’è, sotterranea.

Come lui stesso racconta: “Molto nel back-end della mia testa c’era sempre l’idea di fare l’imprenditore.”

È una frase semplice, ma è una dichiarazione di identità. L’imprenditoria, per Matteo, non è un’aspirazione costruita sui manuali o sui guru della crescita personale, ma qualcosa di naturale, familiare. È l’ambiente in cui è cresciuto, l’aria che ha respirato a casa.

Dopo la laurea, però, invece di cercare immediatamente un lavoro stabile, sceglie di partire per l’Australia. Una decisione che spesso si associa a un anno sabbatico, a un’esperienza “per fare un po’ di inglese”. Per Matteo, però, quel viaggio è una prova personale: capire come ci si muove nel mondo, cosa vuol dire cavarsela senza reti di protezione.

“Sono andato per un anno… dovevo un attimo sbrigarmela da solo fuori, lontano da casa”, ricorda.

L’Australia gli restituisce una lezione che lo accompagnerà per sempre: nel mondo ci sono posti in cui le opportunità scorrono più veloci. Dove, anche senza esperienza, puoi trovarti dall’oggi al domani a fare qualcosa di completamente nuovo, purché tu sia disposto a provarci.

È un ritmo che gli rimane dentro, tanto che quando rientra a Bologna per “dare una chance” alla sua città, sente immediatamente la differenza. Inizia uno stage alla Virtus Bologna, una delle società di basket più prestigiose d’Italia, e per lui è una grande opportunità per fare PR e per conoscere anche un mondo che nel futuro gli si rivelerà illuminante, ovvero quello delle fiere. L’allora patron della società infatti lavorava anche in quel settore.

Dopo qualche mese, passa a lavorare in un’altra azienda: le responsabilità ci sono, le possibilità meno. La sensazione è di essere sempre in una terra di mezzo, dove ti chiedono tanto ma sei un po’ lasciato a se stessi.

Matteo comincia a capire che il suo percorso sta cercando una strada diversa.

Il SIGEP, la lampadina che si accende e l’inizio di un mondo nuovo

Il momento che segna l’inizio di tutto è quasi un incidente. Matteo decide di andare al SIGEP, la grande fiera internazionale del gelato e della pasticceria. Una scelta apparentemente casuale che però lo travolge.

Ricorda quel giorno con un sorriso stupito: “Mi sembrava il luna park… un altro mondo”.

È un’esplosione di stimoli: stand giganteschi, macchinari che sembrano usciti da un laboratorio futuristico, aziende solide e internazionali che investono capitali enormi. Un mondo dietro il quale c’è tecnica, creatività, ricerca, artigianalità e, soprattutto, cultura. Una cultura molto più vasta di quella che chiunque non sia del settore possa immaginare.

Poco dopo, un amico entrato in Cattabriga — un nome storico del settore, uno dei simboli dell’eccellenza italiana nella tecnologia per gelato — gli propone di seguire un corso. Matteo accetta senza grandi aspettative. Non immagina che quella decisione casuale sarà l’inizio di tutto.

“Mi è piaciuto tantissimo”, racconta. “Non pensavo ci fosse così tanto dietro al gelato.”.

Insieme al suo socio di allora, Matteo Casone, comincia a studiare seriamente. Passano ore in laboratorio, frequentano corsi avanzati, leggono, approfondiscono, sperimentano. Un po’ per passione, un po’ per quella sensazione che forse, proprio lì, si nascondeva qualcosa di più grande.

Ed è allora che affiora un ricordo preciso del suo anno australiano: “Il gelato in Australia me lo ricordo… faceva schifo e costava troppo.”.

È una frase cruda, ma è anche una diagnosi. Ed è lì che nasce l’idea: portare un gelato vero, artigianale, bolognese, in un mercato che non ha ancora sviluppato una vera cultura del prodotto. Era come vedere una porta socchiusa e decidere semplicemente di spingerla.

La Macelleria: quando il destino apre una serranda e dietro trovi un brand già pronto

Prima di partire per l’Australia, però, serve un test concreto. E Bologna, con la sua severità gastronomica, è il giudice ideale. Se convinci un bolognese, puoi convincere chiunque. Matteo inizia così a contattare gelaterie in vendita proponendo una formula quasi surreale: mantenerle aperte, gestirle temporaneamente con il suo gelato, finché non trovano un acquirente.

Le risposte sono in gran parte negative, poi accade qualcosa di inimmaginato. Una coppia in zona San Donato è stata appena sfrattata dalla loro gelateria. Stanno cercando un nuovo locale. Ce n’è uno lì vicino, con la serranda ancora giù. Vanno a vederlo insieme. E quando la alzano, si trovano davanti una scena uscita da un film d’autore.

Una vera macelleria. Insegna al neon ancora appesa, piastrelle bianche anni ’70, ganci metallici enormi che pendono dal soffitto. Matteo ricorda quel momento così: “Ci guardiamo e diciamo: figata. Lo chiamiamo La Macelleria.”.

È uno di quei momenti in cui capisci che la realtà ti sta regalando qualcosa che non potresti costruire artificialmente nemmeno con il miglior team creativo al mondo. È un colpo di teatro perfetto. Il payoff segue quasi da solo: “Il gelato dove non l’hai mai mangiato.”

La stampa locale impazzisce. Il Carlino, Repubblica, Dissapore: parlano tutti di questa “macelleria che vende gelato”. La curiosità è altissima. Nonostante la location non sia delle migliori — quartiere universitario, clientela discontinua, estati deserte — quel periodo è una palestra straordinaria.

Matteo lo ricorda così: “San Donato non è il posto dove apri per fare soldi. Ma per noi era perfetto: ci serviva capire se il prodotto reggeva.”

Organizzano eventi, presentazioni di libri con gusti dedicati, aperitivi con ghiaccioli alcolici. È un laboratorio di creatività oltre che un banco di prova. Ed è proprio in quelle settimane che nasce una certezza: “Se il nostro gelato funziona qui, funziona ovunque… e in Australia non avremo problemi.”

L’arrivo in Australia, un mercato che non ti aspetta

Il trasferimento in Australia è tutto tranne che semplice. Il brand è forte ma i due ragazzi sono giovani, parlano un inglese non perfetto, non hanno credenziali locali.
“Nessuno ti dà credito… sei due ragazzi di 28 anni che parlano un italianese”, dice Matteo sorridendo, ricordando i primi mesi.

La ricerca del locale è un incubo. Proprietari diffidenti, contratti d’affitto rigidissimi, richieste economiche impegnative. Brisbane è una città grande ma non abbastanza da lasciare spazio facile ai nuovi arrivati. Quando finalmente riescono a prendere un locale, scoprono qualcosa che non avevano previsto: aprono in inverno. Non per scelta, ma perché i tempi burocratici li portano lì. “Non ci siamo resi conto… eravamo talmente dentro ai lavori che non abbiamo pensato alla stagione”.

Il giorno dell’apertura, Matteo fa una mossa istintiva ma geniale: invita tutti i food blogger di Brisbane a un workshop gratuito.
“Li ho tirati giù tutti, abbiamo fatto un workshop la mattina… e hanno iniziato a postare subito”.

Quello stesso fine settimana, a pochi metri dalla loro gelateria, si svolge uno dei festival più importanti della città, il Teneriffe Festival. È un colpo di fortuna gigantesco.

Matteo ricorda quel caos come fosse ieri: “Era sabato… eravamo solo io e Casone. A un certo punto è iniziata ad arrivare gente… gente… gente. Ci guardiamo e diciamo: basta, non riusciamo a starci dietro.”

Da quel weekend, La Macelleria non scenderà mai più sotto quel livello di flusso clienti.

La percezione del gelato cambia tutto. Gli australiani non avevano mai visto nulla del genere: laboratorio a vista, gelato cremoso, texture e sapori equilibrati.
“L’australiano medio non dava importanza al fatto che il gelato sia fatto lì o no… per loro era tutto nuovo”.

Il brand funziona, cresce, si radica.

Gelato is not Ice Cream

Quando Matteo arriva in Australia e comincia a spiegare che voleva aprire una gelateria, si scontra subito con un muro culturale: in un Paese anglosassone, gelato e ice cream sono considerati la stessa cosa. Per molti australiani — e in generale per chi vive fuori dall’Europa — “ice cream” è semplicemente qualunque cosa fredda, cremosa e zuccherata servita in un cono.

Ma Matteo capisce subito una cosa fondamentale: se voleva portare un pezzo d’Italia davvero autentico, doveva partire dalla cultura. Prima ancora del prodotto.

Lui lo spiega spesso durante i suoi speech: «Gelato is not ice cream.»

In Australia l’ice cream è un prodotto industriale, molto dolce, spesso confezionato. In pratica, è simile al nostro “gelato del supermercato”, solo messo in un contenitore più bello e presentato al banco. È un concetto completamente diverso da quello artigianale italiano, dove il gelato è un prodotto fatto fresco, ogni giorno, con materie prime vere, pensato per essere leggero, cremoso e non eccessivamente zuccherato.

E questo, nella parte di mondo dove stava per lanciare il suo brand, era praticamente rivoluzionario. Il problema più grande non era convincere le persone ad assaggiare il gelato. Era spiegare cosa fosse il gelato.

Gli australiani — racconta Matteo — hanno un palato completamente diverso:

  • amano prodotti più dolci, spesso molto più zuccherati;
  • sono abituati a consistenze più grasse, più fredde, meno “morbide”;
  • consumano ice cream soprattutto la sera e spesso associandolo a dessert ricchi, non come momento quotidiano.

In più, non c’è una cultura del gelato come uscita pomeridiana, gesto sociale o rituale di quartiere. È una categoria percepita in modo completamente diverso. Quando Matteo dice che è partito “non per fare il gelatiere ma per costruire qualcosa”, si riferisce anche a questo: in Australia stava esportando un concetto prima ancora di esportare un prodotto.

E non era banale.

Racconta spesso ai suoi studenti che se comunichi partendo dal “faccio il gelato più buono”, hai già perso. Perché per loro non esiste il concetto di “buon gelato”: esiste l’ice cream, e l’ice cream può essere qualunque cosa.

Il suo lavoro, quindi, è stato doppio:

  1. educare al gelato – spiegare texture, temperatura, ingredienti, differenze di zucchero, filosofia del prodotto;
  2. creare un immaginario – far percepire la gelateria italiana come un’esperienza, non una variante dell’ice cream.

La proposta di Cattabriga, i viaggi in Asia e la trasformazione professionale

Nel momento in cui La Macelleria sta prendendo velocità, arriva una proposta inaspettata. Il direttore di Cattabriga dell’epoca — che oggi per Matteo è un amico — vede il loro lavoro e crede in loro. “Ci disse: se vi va, abbiamo bisogno in quei mercati là… qualcuno che spiega le macchine, aiuta i distributori, fa formazione, fiere. Mandiamo voi, siete già lì”.

È un salto enorme:

  • diventare Brand Ambassador per uno dei marchi più importanti del settore,
  • aprire il mercato Asia-Pacific,
  • rappresentare il gelato italiano in fiere, scuole, laboratori,
  • sviluppare relazioni con distributori in Paesi completamente diversi.

Iniziano così i viaggi: Singapore, Shanghai, Cina, Filippine, Thailandia. Il mercato è inizialmente piccolo — “viaggi sporadici, una volta al mese” — ma cresce rapidamente.

Matteo si trova a formare professionisti che vogliono imparare il gelato italiano in culture dove il gusto è completamente diverso. Una delle lezioni principali che impara è questa: “All’estero non devi imporre l’italianità. Se lo fai, fallisci.”

In Asia, per esempio, il livello di dolcezza richiesto è molto più basso. “Lo zucchero per loro è un’altra cosa… vogliono tutto meno dolce”. In questo periodo, il suo socio Casone rientra in Italia. Matteo resta come figura chiave per La Macelleria e per Cattabriga.

È un momento impegnativo ma anche di enorme crescita personale. Si rende conto che per far funzionare l’azienda deve imparare a non esserne schiavo. “L’imprenditore deve essere useless… inutile nelle operations. Devo diventare inutile” racconta, citando una frase che gli cambia il modo di pensare il business. Forma persone, costruisce un team, delega, impara a costruire un’organizzazione.

Oggi: tra Australia, Asia, consulenze, personal brand e un futuro in continua evoluzione

Gli anni recenti di Matteo sono una combinazione di imprenditoria, creatività e adattamento continuo.

La Macelleria ha oggi due store storici a Brisbane e un modello di espansione flessibile: non più grandi investimenti, non più laboratori complessi, ma micro-gelaterie agili, pensate per un mercato che non richiede la produzione in loco.

Parallelamente cresce il suo brand personale: Zini Gelato Chef. Nasce prima come attività di consulenza, poi diventa un vero asset professionale.

I suoi viaggi in Asia documentati sui social generano interesse, richieste da India, Atlanta, Europa. “Non so come mi abbiano trovato… ma mi chiedono ricette, video call, consulenze remote”.

Matteo diventa un punto di riferimento anche per la comunicazione del gelato: video, storytelling, divulgazione. “Metterci la faccia ora è più importante. Io sono un brand piccolo… ma la gente deve capire chi c’è dietro”.

Il futuro? Sarà misto. Pop-up più leggeri, una presenza solida a Brisbane, progetti in Asia, un personal brand che cresce e un co-branding in arrivo: “Il prossimo pop-up sarà Zini x La Macelleria… è un modo per unire le cose”.

Matteo oggi è imprenditore, trainer internazionale, consulente, creatore di contenuti. Un professionista che ha costruito una storia molto più grande del progetto da cui era partito. E tutto questo, per non dimenticarcelo, da una macelleria con i ganci al soffitto in zona San Donato.

Gli insegnamenti che ci lascia questa storia

Ripercorrendo il viaggio di Matteo, dalla Bologna dei portici ai quartieri di Brisbane, passando per gelaterie improbabili, fiere internazionali e aeroporti dell’Asia, resta una sensazione forte: questa non è solo la storia di un imprenditore, ma di una persona che ha imparato a rendere il mondo un posto più grande per sé stesso. E dentro questa storia ci sono lezioni che parlano non soltanto a chi vuole fare impresa, ma anche a chi è giovane, si sente in movimento, e sta ancora cercando di capire qual è il proprio posto.

Il primo insegnamento è forse il più semplice e il più difficile allo stesso tempo: per crescere, devi uscire dalla tua bolla. Matteo lo dice chiaramente quando racconta il suo primo anno in Australia: lontano da casa, senza appoggi, senza la rete di sicurezza dei “regaz”, capisce cosa significa davvero cavarsela. “Dovevo un attimo sbrigarmela da solo fuori, lontano da casa.” Non è un gesto eroico, ma un gesto necessario. Capire come funzionano le cose quando non ci sono scorciatoie ti fa vedere te stesso con occhi nuovi. E quel primo viaggio non gli ha dato un lavoro, ma una mentalità.

La seconda lezione è che non serve avere tutto chiaro prima di cominciare. La sua storia non nasce da un sogno d’infanzia o da una vocazione precoce. Nasce da un SIGEP vissuto come una scoperta e da un corso fatto quasi per caso, che gli accende una scintilla improvvisa. “Mi è piaciuto tantissimo.” A volte il tuo percorso nasce proprio così: un interesse, una curiosità, qualcosa che ti attrae senza motivo. L’importante è ascoltarlo. Non bisogna sapere dove porta. Bisogna cominciare a camminare.

Poi c’è un punto che torna più volte nel suo racconto: il lavoro vero sta prima ancora dell’apertura. Prima della Macelleria, prima delle gelaterie australiane, ci sono mesi di studio, prove, libri, corsi, tentativi, errori, ricette rifatte cento volte. “Sulla teoria ci siamo… poi siamo andati a fare pratica.” Matteo non si è buttato senza paracadute: ha studiato, si è formato, ha sperimentato. È un messaggio importante per chi vede solo il risultato finale senza immaginare il percorso.

Allo stesso tempo, la storia della Macelleria in San Donato insegna una cosa fondamentale: non serve un’idea geniale, serve riconoscere un’occasione quando ti passa davanti. Una macelleria vera, con i ganci appesi, non è il “locale perfetto” che ci si aspetta. Eppure, diventa un brand iconico. “Ci guardiamo e diciamo: figata. Lo chiamiamo La Macelleria.” Questo dettaglio dice tutto: l’imprenditore non è chi inventa da zero, ma chi ha la capacità di vedere ciò che gli altri non vedono. E di divertirsi mentre lo fa.

Dall’Australia arriva un’altra lezione decisiva: il mercato non ti deve niente, e all’inizio non ti crede nessuno. Matteo lo ripete senza giri di parole: “Nessuno ti dà credito… sei due ragazzi di 28 anni che parlano un italianese.” Eppure, insiste. Fa un workshop per food blogger, invita persone, crea movimento. Non aspetta che gli altri capiscano: va a prenderli. È così che si costruisce credibilità quando non ne hai.

Sul fronte internazionale, la lezione forse più matura è questa: non si può imporre al mondo la propria identità. Non funziona né nel gelato né nella vita. “All’estero non devi imporre l’italianità. Se lo fai, fallisci.” Ogni cultura ha un suo gusto, un suo ritmo, un suo modo di interpretare il cibo, il lavoro, le relazioni. Saper leggere il contesto è ciò che ti permette di essere credibile ovunque. Questa flessibilità è uno dei segreti più forti della sua crescita.

Ce n’è un’altra, che non molti imprenditori hanno il coraggio di dire: per crescere, devi diventare inutile. È una frase controintuitiva, ma potentissima. “L’imprenditore deve essere useless… inutile nelle operations. Devo diventare inutile.” Significa smettere di essere indispensabile nelle piccole cose, costruire un team, formare persone, fidarsi. Solo così puoi scalare, uscire dalla produzione, aprire altri orizzonti. È un insegnamento che rompe il mito dell’imprenditore-eroe e lo sostituisce con un modello più sano e più solido.

Infine, il percorso di Matteo negli ultimi anni mostra quanto sia importante metterci la faccia. Quando dice “La gente deve capire chi c’è dietro”, parla di un mondo in cui i brand senza una persona reale dietro sono fragili. Le persone non comprano solo un prodotto: comprano una storia, una coerenza, un volto, un modo di essere. Il personal brand non è narcisismo, è relazione.

E il suo finale, ancora aperto, ci lascia forse l’insegnamento più semplice e più utile di tutti: la visione non la trovi prima. La costruisci mentre fai. Nessuno avrebbe potuto prevedere che un ragazzo di Bologna avrebbe portato il gelato in Asia, tenuto corsi a Shanghai, aperto store in Australia, creato un brand riconosciuto da migliaia di persone. Nemmeno Matteo. La sua storia insegna che il sogno non è un punto di partenza, è un punto di arrivo. E che ci si arriva non seguendo una linea retta, ma una serie di piccole scelte coraggiose, fatte una dopo l’altra.

In fondo, il messaggio è questo: non serve sapere dove andrai. Serve sapere che vuoi andare. E avere il coraggio, ogni giorno, di fare il prossimo passo.

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